Le copie calano del 10% all’anno. La pubblicità migra sul web e in gran parte finisce nelle fauci di Google e Facebook. E gli abbonamenti digitali non decollano. Il vecchio modello del giornalismo italiano, che coniuga contenuti alti e bassi, sul web non funziona più. O almeno: non produce fatturato. E allora?
Meme contro Hillary Clinton circolato nel novembre 2016 soprattutto tra gli esponenti della destra religiosa dei fondamentalisti evangelici americani
I memi sono il formato editoriale più idoneo alla propagazione delle informazioni tramite passaparola attraverso la Rete. Raggiungono audience molto vaste, catturano l’attenzione degli utenti e ne conquistano il favore, in modo tale da motivarli a rilanciare il contenuto verso i loro contatti sui social media e nella rubrica email. La struttura dei memi è articolata su due piani: il primo è costituito da un’immagine o da una breve animazione che spesso sono tratti da notizie di cronaca, film o archivi delle subculture di Internet. Il secondo è composto da una didascalia, sovrapposta in modo arbitrario allo strato figurativo, con l’effetto di modificarne l’interpretazione in chiave parodistica. Nella composizione finale, il meme descrive una breve storia che sottintende un giudizio morale. Spesso il messaggio è umoristico, o sarcastico, ma punta direttamente alla pancia dell’utente, suscitando talvolta intolleranza e rabbia.
Meme divulgato dal profilo Instagram di the_typical_liberal, che conta quasi un milione di follower e irride ai valori della sinistra americana
Le istituzioni politiche dei paesi occidentali legittimano il loro potere sul consenso popolare, non sulla libertà dei cittadini: per questo la dieta informativa dell’opinione pubblica è composta in larga misura da memi (che si occupano di divertimento e di emozioni) e non da notizie – che invece insistono sul regno della verità, dell’opinione, della libertà. I memi si impongono alla comprensione degli utenti senza bisogno dell’impegno della lettura; propongono un’informazione senza dover affrontare argomenti e sfidare tesi contrapposte; diffondono tesi attraverso la semiotica della parodia e del grottesco, aggirando le regole della responsabilità degli autori, e degli editori, per le falsità che vengono sostenute e messe in circolazione. Soprattutto, cambiano il medium che sostiene la loro diffusione, transitando dall’identità costruita negli anni delle testate giornalistiche all’anonimato dei profili sui social media. Ecco alcuni esempi su come, inventando memi e usando in modo appropriato i social, si può deformare la verità e moltiplicare i follower.
Sostenitori di Trump e fan di QAnon durante il comizio del presidente a Wilkes Barre, Pennsylvania.
È curioso che una delle fonti più prolifiche della dieta informativa negli USA sia 4chan.org un sito di scherzi digitali o, per esprimerci più correttamente, un forum di memi pubblicati da autori anonimi, con uno scorrimento cronologico dei contenuti che si arresta alla ventesima pagina, oltre la quale il passato viene cancellato per sempre. Di 4chan.org, Nick Douglas nel 2008 aveva scritto su Gawker che «può scioglierti il cervello», commentando il carnevale linguistico e iconografico che popola le sue pagine, un repertorio di memi pronto a infettare i social media e a scatenare epidemie di follia semiotica su Facebook, Instagram e Whatsapp.
Ecco due esempi di come gli effetti di queste tecniche di comunicazione possano avere effetti devastanti sull’opinione pubblica e sulla politica.
Google Assistant e Amazon Echo non sono due giocattoli da salotto, ma i mattoni fondamentali della strategia con cui i due giganti del web stanno conquistando i mercati locali, creando i monopoli più potenti mai esistiti
Apple ha annunciato la sua nuova strategia nei servizi: un servizio di streaming tv (Apple TV Plus) per fare concorrenza a Netflix; un servizio di abbonamento a quotidiani e riviste (Apple News Plus) e una nuova carta di credito (Apple Card). È l’ultimo di una serie di annunci, in poche settimane, che mostra come i colossi del web stiano dilagando nel mondo dell’entertainment e della finanza. In particolare:
Perché prendere sul serio Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, quando promette di dare una radicale sterzata verso la privacy al suo social network? Questa è la domanda principale che gli analisti si sono fatti, in giro per il mondo, all’indomani dell’ormai celebre post (A Privacy-Focused Vision for Social Networking) del leader di Facebook) pubblicato il 6 marzo. Perché prendere sul serio Zuckerberg, dopo tutti gli scandali e le promesse non mantenute degli ultimi anni, non è facile. Ma ricapitoliamo. Il post di cui sto parlando è lunghissimo (3200 parole) ma le cose importanti sono quattro:
Per capire il senso dell’ultimo libro di Tim Wu (The Curse of Business, la maledizione della grandezza, 2018, Columbia Global Reports, New York, 14,99 dollari), bastano poche frasi dell’introduzione e dell’ultimo capitolo.
“Come è potuto succedere che i migliori cervelli di questa generazione siano oggi impegnati a farci cliccare su Internet?”. Da tempo questa bizzarra domanda mi frulla per la testa e finalmente ho trovato il libro che aiuta a rispondere.